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21 set 2013
COSA VUOI FARE DA GRANDE?
Scritto da Piergiorgio |
Letto 20541 volte | Pubblicato in Il mio blog
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Dal 13 al 16 settembre mi sono recato a Poganesti in Moldavia dove, dal 2002, operiamo come associazione Senza più Confini. Mi ha accompagnato l’amica, giornalista freelance, Chiara Turrini. Di seguito, con vivo piacere, desidero condividere con i miei lettori, le sue impressioni sul viaggio.

 “Cosa vuoi fare da grande?” “Il trattorista” risponde un po' timida la faccetta sorridente di un bimbo che potrebbe avere dieci anni. Piergiorgio se lo ricorda che era all'asilo. Gli avevano fatto la stessa domanda, ma allora aveva risposto: “Il presidente della Moldavia!”. Il tempo passa, le ambizioni si sgonfiano, così come le ruote delle auto che devono percorrere tutti i giorni la Poganesti-Hincesti. 33 km in un'oretta. La lotteria del caso non ha scrupoli quando si tratta di scegliere dove metterti al mondo, e gli ostacoli che i bambini moldavi devono superare per portarsi al livello dell'occidente sono tanti. Forse troppi. Ma all'aeroporto di Chisinau c'è un grande manifesto affisso all'imbarco. Ci sono bambini in partenza, e una scritta in inglese: “Dietro di noi la potenza infinita, davanti a noi la possibilità senza confini. Perchè dovremmo avere paura?”. E così, oltre le profonde buche della strada sterrata di Poganesti, oltre le latrine nei cortili, oltre il fatto che non c'è l'acqua nelle case, oltre che il primo ospedale è a 33 km e in paese c'è solo un dispensario farmaceutico. Oltre che molto probabilmente almeno uno dei tuoi genitori è all'estero per mandarti i soldi per andare a comprarti i vestiti e andare a scuola; oltre anche al freddo inverno, l'elemento che più ricorda la Russa matrigna, che ti costringe a uscire quando fuori fa -30°. Oltre tutto questo, anche questa faccetta divertita e spaesata ha diritto di sognare in grande. Se non sarà lui, magari suo figlio potrà davvero diventare il Presidente. Per adesso, il presidente, quello vero, deve destreggiarsi tra scelte importanti per il futuro del Paese. I dati hanno mostrato senza ritegno una Moldavia arretrata, con indici di sviluppo umano più bassi d'Europa, con un Pil che piange, se non fosse per il milione di cittadini che sta fuori dai confini, e invia soldi in patria. Un quarto del Pil moldavo passa attraverso il circuito Western Union. Poganesti, paesino di 1600 anime, giace a fianco del fiume Prut, frontiera naturale con la Romania, a cui appartiene l'altra parte della regione moldava. Infatti il nome Moldavia indica un territorio che va oltre le linee delle carte geografiche. La Moldavia era, fino alla seconda guerra mondiale, un territorio omogeneo per lingua e cultura, molto affini a quelle rumene, e faceva capo al governo di Bucarest. Ma quando l'Urss vinse la guerra la Moldova fu vivisezionata, e una parte, l'antica Bessarabia, finì per essere annessa all'Unione Sovietica: nacque la Repubblica Socialista Moldova. Nel 1989 però il muro a Berlino cadeva, e con esso si allentavano anche le briglie del regime di Mosca. La Moldavia diventava Indipendente, Stato a sé stante, di etnia e lingua moldava per la maggior parte, con una modesta ma politicamente pesante quota di cittadini russi. Dall'altra parte del confine e dell'emisfero geopoliticamente ordinato, i cugini – fratelli – rumeni. E quindi l'Europa. Ad oggi, la Moldavia non ha ancora chiarito bene con se stessa cosa vuole fare da grande, anche se, ufficialmente, la maggioranza guarda verso l'ovest. Il passato è passato, la gente nata prima - o molto prima - degli anni '90 cerca di confinare in un angolo della memoria i tempi in cui la scuola parlava russo, la burocrazia parlava russo, il servizio militare obbligatorio di due anni parlava russo. “Avevo nove anni allora. Avevamo visto in televisione che nella capitale c'era un milione di persone che accorreva in piazza, davanti alla cattedrale della natività. Il muro di Berlino era appena caduto. La vita non sembrava cambiare, almeno a noi bambini. Invece il giorno dopo a scuola ci spiegarono che dovevano cambiare l'abbecedario, perchè fino a quel momento era tutto scritto in russo, si studiava in russo, dovevamo pensare in russo”. Corina ricorda l'infanzia al paese, ora che è manager in una banca veneta attiva a Chisinau. Nata a Poganesti 30 anni fa, è venuta nella capitale per studiare e laurearsi in lingue, insieme al suo fidanzato, anche lui del paese, e una bambina nella pancia. Adesso, dieci anni dopo, è seconda solo al direttore, un manager veneto, e parla un italiano simil-madrelingua. Il suo fidanzato, oggi suo marito, è diventato avvocato e di bambini ne hanno due, Jasmine e Alexander. “Ci dissero che dovevamo cominciare a studiare i caratteri latini. Ma in corso d'anno e in quel periodo, nessun editore sarebbe riuscito a stampare i nuovi abbecedari e a distribuirli in tutta la Moldavia. Così mi ricordo che i giornali iniziarono subito a pubblicare, una volta in settimana, degli inserti da staccare. Erano fascicoli di abbecedario! Si trovavano a metà della fogliazione, e noi strappavamo e strappavamo ogni settimana, e portavamo a scuola le cinque-sei pagine che erano per noi abbecedario da comporre. Alla fine della scuola avevamo rilegato da soli i nostri nuovi abbecedari in caratteri latini, raccolti settimanalmente dalla stampa”. Con la fine del regime, si allentò anche la catena al collo del popolo moldavo. Ma se prima la corda era corta, c'era sempre e per tutti una ciotola con del cibo davanti alla gabbia. Oggi invece non ci sono né catene né gabbie, ma la ciotola è vuota. “I bambini andavano a scuola e svenivano perchè a casa non avevano nulla da mangiare. Questo ce lo raccontò per la prima volta una signora moldava venuta in Italia clandestinamente. Noi la accompagnammo nel percorso di regolarizzazione e nell'inserimento al mondo del lavoro. A un certo punto fu lei a chiederci se potevamo fare qualcosa, intervenire sulla situazione del suo paese di origine, soprattutto per aiutare i piccoli”. Piergiorgio ha diretto per trent'anni il Punto d'Incontro, la cooperativa sociale fondata da don Dante Clauser per accogliere i senza dimora e gli emarginati. Oggi, in pensione solo sulla carta, è più attivo che mai in diverse associazioni e progetti, tra i quali c'è Senza più Confini, la onlus che presiede e che dal 2002 porta aiuti a Poganesti. “Sono stati fatti enormi progressi! Una volta i bambini non mangiavano, non c'era l'acqua, pioveva dal tetto”. La preside della scuola si chiama Galina, è laureata in matematica e sposata con Vassilj, due figlie, laureate, a lavorare a Peschiera del Garda e una nipote. Il complesso di Poganesti comprende le classi dalla prima alla nona, una sorta di elementari e medie unificate in ciclo unico: ci sono 98 bimbi alle elementari, 102 alle medie. Hanno voglia di studiare e allo stesso tempo hanno fame, e la proporzione dei due fattori non è sempre la stessa. C'è chi non va a scuola perchè si vergogna: non ha i vestiti. C'è chi deve farsi tre chilometri a piedi fino alla scuola (anche in inverno, a -30 e con un metro di neve), ed è pure figlio di “zingari”, una minoranza che in Moldavia è più odiata che in Italia. Una volta, sotto l'Urss, tutti studiavano e solo chi si impegnava in negativo non andava avanti fino all'università. Oggi invece sono sempre di meno quelli che raggiungono il traguardo di una laurea: le famiglie devono sobbarcarsi tutti i costi che comporta un figlio studente, retta, vitto e alloggio altrove da casa. Se un tal onere non è facile da sopportare per le famiglie italiane, figurarsi per una famiglia moldava che risiede e lavora in campagna, dove gli stipendi al mese vanno dai 10 ai 100 euro. E i prezzi al supermercato li fa l'Europa. La gente, a Poganesti, vive grazie alla terra. Come nelle campagne italiane degli anni '20, '30, '40. Benessere voleva dire possedere dei maiali, almeno una mucca, un pezzo di terra dove coltivare patate, cavoli, o mais se andava bene. Così anche in Moldavia. “Peccato che tra un impegno e l'altro non abbiamo avuto tempo, se no ammazzavo un'anatra e la facevamo fritta”. Vassilj va fiero delle sue oche e delle sue anatre, che come quelle degli altri contadini sono libere di scorrazzare per il paese. Ma Vassilj, se le vedi per strada, tra le tante, sapresti dire quali sono le tue? “No! Ma la sera tornano sempre alla casa giusta”. Ogni casa, o casetta, o mezzacasa, o qualcosa che non si potrebbe definire come tale ma sempre casa è, appare molto curata alla vista. Le abitazioni, tutte pianoterra, alcune con un piano, sono spesso colorate: facciate azzurre, blu, steccati rosa, tettoie in lamiera lavorate dalle abili mani degli artigiani rom. Alcune non hanno i vetri alle finestre, alcune un tetto di paglia. Ma quando cade un metro di neve?! “A volte crollano” rispondono facendo spallucce. Il colore, però, rende tutto più lieve, dando al villaggio una sfumatura quasi circense. C'è perfino un pozzo tinto di un leziosissimo rosa. C'è un edificio più robusto degli altri, in muratura, imponente e al centro del paese. Fu costruito dai sovietici per essere un presidio agricolo e militare. La Moldavia infatti è stata per un secolo considerata l'orto e la vigna di Mosca. Anche dopo la fine del controllo russo, il mercato dell'export moldavo ha avuto come destinazione la storica matrigna. Vino, frutta e verdura dalla Moldavia al Cremlino. Ora questo assetto rischia di incrinarsi e rompere l'equilibrio della fragile economia moldava. A novembre infatti si terrà un decisivo incontro a Vilnius: rappresentanti dell'Unione Europea a colloquio con omologhi degli Stati dell'Europa Orientale in fila, se non proprio sedere al tavolo dei 27, almeno per raccogliere le briciole di quello che da una prospettiva orientale appare un banchetto a base di progresso e benessere. Questa apertura all'occidente non va giù alla Russia, che ha imposto un embargo nei confronti dell'export moldavo e di altri Paesi, anch'essi accusati di “tradire” l'appartenenza storica e ideologica. In realtà, la Russia non vuole perdere il controllo indiretto sugli Stati “cuscinetto” tra sé e l'Europa, e il ricatto di Mosca comprende anche le forniture di gas. Nella politica moldava ci sono rumorose correnti filo-russe, anche se il governo attuale è liberal-democratico, seppur nella sua permanente instabilità. “Con l'Urss si stava un po' meglio” confessa anche chi, come Vassilj, crede fermamente nella prospettiva europea. Ma intanto l'Europa resta un porto di salvezza, nonostante la crisi economica abbia cambiato le carte in tavola. “Le persone che arrivano in Italia spesso sono in estrema difficoltà, tanto da arrivare a occupare case abbandonate, o vivere letteralmente sotto i ponti” spiega Piergiorgio, al quale molti hanno chiesto, in più occasioni, un'opportunità, una sola chance per arrivare in Italia, e poi là, sì, avrebbero trovato un lavoro, e all'inizio, bè, sarebbero stati disposti anche a dormire all'addiaccio, ma sì, ho voglia di lavorare! Ho cinquant'anni ma sono ancora forte! Portami in Italia! Questo dicono a Piergiorgio, ipnotizzati dalla favola di chi è espatriato e per questo riconosciuto come “quello che ce l'ha fatta”, persona di successo, che quando torna al paesello ostenta un finto benessere pur di non deludere le aspettative del vicinato. Ma dietro le scarpe laccate, la bigiotteria e gli occhiali da sole da 10 euro, spesso c'è una storia di fame e di peregrinazioni in cerca di un lavoro in Italia che manca anche per gli italiani. Questo tipo di recita rafforza il mito della migrazione: se scappi dalla Moldavia, farai fortuna. Nel paese vicino a Poganesti, tutti gli insegnanti sono andati all'estero, le cattedre scoperte sono per ora coperte da ex professori in pensione. Se ne vanno in massa. Ragazze, mamme, anche nonne, soprattutto. Vengono in Italia per fare le badanti, in cerca di una fortuna non meglio definita, ma spesso corrispondente all'ideale di benessere occidentale. Per questo capita, in qualche casa di Poganesti, di trovare un lcd al plasma gigante, i cui proprietari, però, devono comunque uscire in giardino per espletare le funzioni corporali. Schizofrenia oriente-occidente, o meglio nord-sud. Sì, perchè la Moldavia è un Sud, anche se sta a est, anche se d'inverno cade un metro di neve. Ma in mezzo a tutta questa complessità, alla stratificazione della Storia, che ha prodotto una forte identità nazionale ma una debole coscienza civica, in mezzo al dramma dei singoli, tra espatri, ritorni, povertà, solitudini e alcol, in mezzo alle città grige e alle campagne arretrate; in mezzo a tutto questo ci sono storie come quella di Virginia, insegnante di lingue a Poganesti, per 100 euro al mese. É sposata, ha due bambini piccoli. “Ho vissuto anche in Italia, stavo a Savona, e poi in Francia e negli Stati Uniti. Alla fine ho deciso che preferisco restare qui a Poganesti”. All'aeroporto di Chisinau c'è sempre quel manifesto, che invita i bambini a non avere paura, vista la potenza infinita alle spalle, la Russia, e la possibilità sconfinata davanti, l'Europa. I bambini hanno già deciso, la loro speranza – personale e collettiva – fa capo a Bruxelles. E chissà che forse, i bambini di Virginia potranno riuscire, un giorno, a dire sì, voglio fare il presidente della Moldavia. E magari anche a diventarlo.

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