Piergiorgio Bortolotti
Scrivo per passione, con la segreta speranza di donare qualche momento piacevole o interessante a chi mi legge.
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Sono forse io il custode di mio fratello?

La risposta di Caino a Dio, che in Genesi risuona come rifiuto all’impegno di responsabilità che l’essere parte della stessa umanità, comporta, è la medesima che è risuonata ininterrottamente nel corso della storia e che tutt’ora risuona, talvolta sinistramente, magari ammantata persino da giustificazioni di carattere religioso. Eppure, a ben guardare, siamo geneticamente fatti per l’empatia: quindi costituiti, predisposti per la compassione; per la comprensione e la solidarietà verso i nostri simili. Segno che l’occuparsi della felicità degli altri, è parte integrante del nostro essere uomini e viene prima ancora di ogni teorizzazione etica o morale.

Fame di lavoro

In molti hanno perso finanche

la speranza

non vedono all’orizzonte alcuna

luce

e di promesse vuote sono

stanchi.

Una persona senza occupazione

è come morta

e il vivere è solo un trascinarsi

stanco.

Viene meno il desiderio di esserci

e di contare.

L’ angoscia afferra l’anima

e la sgretola.

Se all’uomo è tolta la grandezza

del plasmare,

che cosa può dar sapore

alla sua vita?

Eppure siamo nati tutti per

creare;

per rendere un giardino questo

mondo.

Lo stiamo tramutando invece in un

inferno

usando male l’intelligenza di cui

godiamo.

Esclusi

  

Non serrano più i polsi,

non stringono caviglie

non suonano di freddo

e sordido metallo:

sono impresse dentro l’anima,

con marchio che è di fuoco.

I lacci sono occulti,

e mascherati bene:

Invisibili è il nome

di quanti oggi imprigiona.

La gente pare cieca

e finge anche sorpresa;

pare non avvedersi

dei pregiudizi effusi

disseminati ovunque.

Come gramigna crescono

e rinserra sempre gli Ultimi:

li etichetta

espunge

confina oltre i margini.

Qui a morire è l’Uomo

e sempre fuori le mura

della città che gode.

Barbone

  

E guardami, per un istante solo!

Guarda dentro queste fessure

che stringo così forte

per trattenere l’anima

e il sole non mi accechi;

vi troveresti certo

un po’ della tua storia.

Forse ti accorgeresti

che sono proprio un Uomo.

Un Uomo!

Da quanto tempo

non sono più

considerato tale?

Pezzente, vagabondo,

straccione, mendicante;

questi – per dirne alcuni -

i miei titoli d’onore;

epiteti inventati

per segnare la distanza.

Son come una coperta:

avvolgono il mio corpo

mi celano ai passanti;

non velano le stelle

che ho impresse

sulla pelle.

Stragi

    

 

Morti

Schiantati

Spezzati

Fatti brandelli.

.....

 

 

 

 

 

 

Truce avanzo

di pasto di belve.

Guerra

Ci giocano i grandi;

ci giocano

quasi fossero bambini.

...

Son chiusi dentro casa

mentre fuori piove.

...

Piove diluvia e grandina.

Saetta romba e squassa.

...

I grandi

(ma sono piccoli)

restano imperterriti:

guardano il panorama.

...

Sola

una donna muove

un passo dopo l’altro;

regge sul suo corpo

un dolore grande

il mondo.

...

Un bimbo è steso a terra

le mani alzate

al Cielo.

Urla senza voce.

Gli occhi

profondi

scuri

sembrano un cimitero.

Fame

  

Corpi trapassati di luce.

Occhi scavati;

vuoti

come conchiglie.

I piedi

enormi

fragili

sono in cammino;

corrono ad afferrare

le mani:

mani lunghe

protese lontano

ad annaspare,

nel vuoto,

sapore di cibo.

Bastardi

Magari vi dite uomini;

uomini d’onore,

ma siete solo omuncoli,

bastardi e pure vili.

Tramate di nascosto

vivete entro l’ombra;

il sole a voi fa male,

rivelerebbe il poco di cui siete

imbastiti.

Vi manca la parola con cui

farvi capire.

Avete solo mani addestrate

ad ammazzare.

In questo siete bravi ma meno

delle belve;

loro lo fanno per nutrirsi,

voi solo per far male.

Sparando anche sui figli

vi confessate bassi;

è la misura vostra, spregevoli perdenti.

Canzone per Malala

Gridate, urlate il suo nome,

coetanee che uscite festanti

da scuola

in questo autunno incipiente.

Non lasciatelo cadere nell’oblio

gridatelo al cielo e alla terra

urlate con forza: Malala!

Che sentano tutti,

anche quanti non vogliono

udire.

Sorridete ancora alla vita;

la stessa che a lei hanno preteso

strappare

perché, come voi,

voleva riconosciuto il diritto

di esistere: donna e persona.

Gridate forte il suo nome,

ragazze ragazzi e di oggi,

non lasciate cadere nell’oblio la sua storia

e quanto ci ha raccontato.

Giovani, a voi appartiene il suo sogno!

Lo dovete sognare con lei,

adesso che combatte tra la morte e la vita.

Pretendete, in suo nome,

che non accada mai più!

In nessuna parte del mondo.

Gridate il suo nome

fino a farvi sentire da lei

in quel letto d’ ospedale.

Il vostro grido le doni ancora forza,

e coraggio di lottare.

Gridate contro i suoi attentatori !

Sappiano che Malala non è sola.

Nei suoi occhi, neri, profondi,

io ho visto la meglio gioventù

del presente;

quella che esige rispetto, dignità per ciascuno.

Giovani, gridate ai suoi assassini

che il loro mondo è cosa vecchia;

senza futuro,

perché si regge su presupposti di morte

Siria

Le grida di dolore; il pianto dei bambini,

lo strazio di corpi martoriati come stracci abbandonati

lungo strada,

le invocazioni tacite di aiuto,

ci raggiungono discontinue, lacunose,

dalle periferie del mondo.

Si arrestano in scatti muti, fotogrammi rubati con pericolo

da pochi coraggiosi inascoltati,

mentre sediamo a sera consumando con il pasto

brandelli di telegiornale.

Poi si perdono, inghiottite in pubblicità che li cancella,

… che più bianco non si può.

Ritornano, attutite, qualche volta, nella notte,

e in questa giornata tiepida di primavera:

dentro i flutti delle acque che il torrente, camminandogli accanto,

mi rimanda,

che le foglie irrequiete dei platani impettiti

sugli attenti,

non riescono a tacere.

Rana Plaza

QUATTROCENTO morti ammazzati,

schiantati come birilli

in un gioco micidiale

sotto muri di cartapesta

impastati di fibre ruvide e tenaci,

come iuta,

di un capitalismo disumano.

Vittime lavorate all’uncinetto da un egoismo

igrosopico,

non in grado di assorbirne

tutto il sangue.

Giacciono mute tra calcinacci

sprezzanti

mentre gridano inascoltati

i congiunti

il cui urlo non raggiunge i piani

più alti

al di qua dell’Oceano,

in Occidente.

…

La pietas invoca giustizia!

Chi ha pianto?

«Ma io ho pregato per te, perché tu sappia conservare la tua fede.

E tu, quando sarai tornato da me, da’ forza ai tuoi fratelli». (Lc. 22,32)

A Pietro borioso e sicuro,

il Signore,

preannunciando il suo tradimento,

assicura che non lo lascerà solo…

 

 

E tu, papa Francesco, non hai alzato il tono di voce

ricordando a noi tutti la domanda d’inizio

rivolta da Dio ad Adamo e Caino.

Ti sei conteggiato tra noi tutti:

«… mi includo anch’io tra i tanti disorientati…

Non siamo più attenti al mondo

in cui viviamo,

non curiamo

non custodiamo quello che Dio ha creato

non siamo più capaci neppure

di custodirci gli uni gli altri»

 

 

Non possiamo – hai detto –

rispondere Fuente Ovejuna, Signore;

Tutti e nessuno!

Se la globalizzazione dell’indifferenza

ci rende tutti “innominati”,

rimaniamo responsabili

in solido e personalmente

di ogni fratello e sorella

il cui sangue grida fino a Dio.

Chi ha pianto? Domanda Francesco;

già, chi ha pianto? Pochi, qualche volta nessuno.

Dobbiamo reimparare a farlo al più presto,

se vogliamo poterci dire ancora

umani.

Siria

Dalle gole degli asfissiati dal gas

escono solo parole strozzate

a invocare un aiuto che nessuno può dare,

mentre i corpi si agitano in spasmi irriflessi

e le mani graffiano l’aria che non può arrivare

ai polmoni.

Gli occhi appannati forse invocano un Dio

che non può più salvare,

e che è muto,

calpestato dallo stesso dolore.

Chi ha armato le menti, le mani

del boia?

E per quale ragione,

se può esisterne una?

Gli innocenti, anche ora,

sono i soli a pagare.

Lampedusa

Vedetta di umanità

ai confini di un mondo che ha smarrito

se stesso;

chiuso a riccio,

indifferente,

accecato dal suo stesso

illusorio

splendore.

Omuncoli

Nuovi Erode che uccidete

Bambini,

e vi credete persone

d’onore,

omuncoli siete;

dei più vili.

La ferocia che vi ha guidato

la mano,

l’arroganza che ha accecato

il vostro il cuore,

si tramuti per voi nel contrario:

si trasformi in un vomito

a vita,

che vi faccia star male

fino a quando chiederete

perdono.

Perché aspettare?

In Europa, nei palazzi del potere,

va in onda la piazzata di chi ha vista corta

e cuore di sasso.

Nel braccio di mare che la unisce

alla culla

da dove viene l’UOMO,

si muore come ieri,

come sempre,

abbandonati a un destino crudele,

ultimo approdo di speranze rincorse

calcando sentieri schiavisti noti a tutti.

È merce avariata,

quanti giacciono in fondo al mare

o asfissiati dentro gusci nauseabondi

apprestati da nuove Einsatzgruppen,

per quanti non prestano ascolto

alle grida di aiuto dissanguate,

insistenti, laceranti, strazianti

che arrivano (arrivano?) intermittenti

sul continente patria dei lumi

e dalle radici cristiane…

Un giorno ci dovremo vergognare,

ma perché aspettare e non farlo adesso?

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