Piergiorgio Bortolotti
Scrivo per passione, con la segreta speranza di donare qualche momento piacevole o interessante a chi mi legge.
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Radici

Ognuno di noi viene da un nido che ci ha visto aprire gli occhi sul mondo. A quel nido ritorniamo coi ricordi e da loro sono nutriti tanti momenti. Se quel nido è stato accogliente, quando ci ha accolti, allora cresciamo sapendo volare verso nuovi orizzonti, cittadini del mondo.

Ciorlaga (al mio paese natale)

Sdraiata

supina,

quasi monello

stanco

del gioco,

hai i piedi

infilati

nell’acqua

del lago.

Ti circonda gioioso,

con tenero

abbraccio,

il Monte

alle spalle.

Nelle case

palpita

con forza

il tuo

Cuore.

8 gennaio 1951

Mi ha generato una terra

scarsa;

a tratti aspra,

rubata con fatica,

nel tempo,

alla montagna.

Era un giorno imbiancato;

un giorno di freddo,

con poco fuoco

a scaldarmi;

e mia madre.

Con mio padre salito

in montagna,

a far legna,

per avere di che attizzare

e donarci sollievo; tepore,

dentro quell’umile stanza,

che assieme alla cucina,

era il nostro castello.

I miei primi vagiti,

li attutì la neve,

che fuori,

lievitava come una pasta di pane…

Un pane grande,

che avvolgeva le case,

tutto attorno,

cantando per me,

ninna nanna.

Malori

Ero come

un piccolo micio

che fatica a camminare

da solo;

che zampetta impacciato,

scivolando un po’ sghembo

Un piccolo, fragile,

gracile micio:

a cui mancava Qualcosa…

… per scorrazzare festoso,

alla scoperta del mondo.

Con poco mi schiantavo:

un rimprovero, una carezza

travisata;

un sussurro vigoroso.

E allora mi staccavo dal suolo…

planando sopra cieli di luce…

Nessuno mi poteva seguire;

neppure lo sgomento,

dipinto sul viso

dei miei genitori,

quando riprendevo colore.

Ma agli dei fui caro

per burla…

Forse volevano,

soltanto impaurire,

chi mi cresceva

con amore.

O forse,

ed è la cosa più vera,

il cibo spoglio di allora,

non bastava a nutrire

il fragile micio che ero.

Rivo

Scorrevi,

lento e giocoso,

all’ombra degli ontani,

là, in mezzo al prato;

ed io,

sulle tue sponde a cavalcioni,

gigante mi sentivo,

e un poco mago.

Dell’acque tue mi dissetavo,

cogliendole con mani sporche,

insudiciate per il gioco.

E in questo modo,

l’amicizia nostra,

io cementavo.

Galupo

Il tuo incedere

solenne,

le penne al vento,

quelle della coda,

e dietro,

come ancelle,

le galline,

dicevano di te

più del tuo nome.

Eri temibile

per noi cuccioli

d’uomo

e facevamo a gara

nel distrarti,

scompaginando

ogni giorno

il tuo cammino,

giocando a sorte

quale strada

fare,

per non incrociarti

sul sentiero,

portandoti

il mangime

che t’era ghiotto

A volte ci riusciva

la scommessa;

tal altra eri tu

che ci puntavi,

ferendoci

nel corpo

con tenzone

Poi venne il dì

dell’ultimo contrasto;

finisti a terra,

il collo torto,

con le galline

a piangerti

per morto.

Or timorose

per la loro sorte

non più difese,

com’ era

da gran tempo,

da quell’azzardo

minaccioso

in firmamento.

Marzo

La neve cedeva un po’ del suo manto

alla terra;

anche il ghiaccio,

ma solo qualche angolo spiccio

baciato dal sole:

quel tanto da farmi sognare.

 

Ascoltavo, rapito,

mormorio di ruscelli rabberciati,

che righiacciavano a sera,

tornando silenti,

ammutoliti dal freddo.

 

Sentinelle indolenti,

annunciavano, pigramente,

primavera.

 

E già correvo a perdifiato

sui prati.

 

I capelli arruffati dal vento,

negli occhi la luce del sole

tornatomi amico,

nel cuore la gioia

repressa già a lungo,

negli orecchi, gorgheggio d’uccelli

innamorati

 

La terra, ridestata alla vita,

ricominciava sanguigna;

veloce;

colorata;

impetuosa.

…E io tornavo, nuovamente, monello.

Primo giorno di scuola

Varcando quella soglia severa,

il PRIMO D’OTTOBRE,

perdevamo identità… per un istante:

Remigini, eravamo chiamati;

tutti quanti.

Sottobraccio la cartella,

non nuova per tutti.

Più d’una portava l’usura

del tempo;

i segni lasciati dai fratelli

più grandi:

gli strappi, i rattoppi, le magie perdute

sudando sui banchi.

Però era ricolma di sogni,

sospesi, ammalianti.

O nuova, ricolma di attese stregate.

Ricordo l’astuccio tutto nuovo;

regalo insperato di una zia che mi era

madre.

Uno scrigno affascinante

di matite colorate,

penna,

pennini di scorta,

gomma,

fapunte…

Tutto ben ordinato…

Come mucche chiuse in stalla,

ogni cosa aveva il suo posto…

… ed io ero il pastore!

Origine


 

Forse ho pianto

affacciandomi alla vita;

ma poco,

per non sprecare fiato

godermi quel momento

in cui ti ho vista in volto:

madre.

Poi, mi prese papà in braccio,

osservandomi contento.

Allora ho emesso un grido,

per dire a entrambi grazie:

grazie per l’accoglienza,

grazie del benvenuto.

Infanzia

Giornate scandite dalle stagioni;

corse sui prati a guardare le mucche,

e sogni impossibili a dirsi,

alti come le nubi su in cielo:

leggeri,

evanescenti,

fluttuanti,

eroici,

colorati.

E poi ardui da realizzare,

come la bella scrittura,

strappata al pennino

sui banchi di scuola.

Le toppe alle brache,

le tasche sempre vuote,

senza spiccioli,

per comprare leccume.

La sera, dentro casa,

una lampada fioca di luce,

e un abbraccio pieno di affetto

Oltre la soglia

Modesta

umile

spoglia di ogni pretesa

sei sorta sulla rupe dei Ronchi

in tempo di Rivoluzioni.

Povera

come povere le mani

che ti hanno edificata

sembri chioccia,

col tuo “sant’Antoni”,

che dispieghi le ali a protezione

di case e persone.

Mi sei cara chiesetta

della mia infanzia cristiana.

Oltre la soglia si stende

a  panorama la Valle

con i monti sullo sfondo

e il lago.

Ai tuoi piedi il discreto cimitero

dove spero un giorno riposare

accanto a chi mi ha preceduto

nella danza della vita.

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