Stagioni
Lo scorrere dei giorni, il passare degli anni e delle stagioni, concorre a comporre la sinfonia della nostra vita. Qualche volta vestiamo i panni di direttore d’orchestra; qualche altra, somigliamo a un unico strumento e, altre ancora, ci ritroviamo spettatori.
I più grandi
i più belli
i più solidi
i più resistenti,
accarezzano
il cuore,
allettano
la mente.
In gioventù
trascinano
riscaldano
sospingono
straripano
pei giorni
ti prendono
la mano.
Poi invecchiano;
s’acquietano.
Ti parlano
ma piano
E ti vezzeggiano
furtivi
dicendoti: che bravo!
Un tenero
raggio di sole,
brilla
tra foglie
multicolori
adagiate,
come morte,
su alberi spenti.
La terra
si accinge al riposo,
in una danza
che è pienezza
di vita,
donando
ogni cosa di sé.
Il sole
farfuglia
pochi timidi
raggi di luce,
tra gli alberi
scossi
dal vento,
in questo gelido
inverno.
Donna:
celebrata
amata
odiata
Donna:
cercata
sfuggita
temuta.
Donna:
sognata
voluta
perduta
Donna:
semplicemente
incontrata
e accolta.
Tra l’erba
del prato,
vestito di festa,
col sole
che scoppia
su in alto,
o la sera silente,
quando cala
la notte,
stornelli
a gran voce.
Menestrello
ignorato,
non chiedi
compenso.
Soltanto
ti basta,
cantare
la vita.
Dolce
materna
con premura mi accogli,
e narri,
con mormorio
che è di fronde,
seducente
canzone.
Un dente cariato
e crolla
un mondo di pallide luci
sperato.
Come è poco
il fossato
che separa la vita
dall’inutile sorte
di giorni impotenti
o che appaiono tali.
Non sono più
racconti
di tenebrosi orchi
serali;
sono accadimenti
sconvolgenti
quotidiani.
Di qua
o di là,
di un fronte immaginato
come buono,
per far degli altri
ostili oppositori,
si uccide
si violenta.
Ma a perdere
è sempre e solo
l’Uomo.
Si crede più uomo
più maschio
perché più violento
ed ha solo paura.
Paura di amare.
Amare
è anche perdere;
svuotarsi.
Vedersi impotente
magari.
La sua vittima
non ha volto
e neppure una storia.
È solo un corpo
da prendere, da possedere
e buttare.
Quante mani
quante dita graffianti
la volta del cielo,
nella storia
del mondo!
E quell’uomo,
quel maschio animale,
impunito
a grugnire
alla luna
un peana mortale.
Stanchezza
insolente
villana.
Indifferenza
per tutto;
ripulsa
violenta
per quello che amavo.
Mi ingiuriano
deridono
Travisano le mie
parole;
non pensano che
a farmi del male.
Sono
come
in mezzo a leoni.
Bella,
questa mia città
di Trento!
Mi piace,
ancor fasciata
dal buio,
che sbadiglia nel risveglio
del mattino.
Negozi,
come occhi che indagano
furtivi,
passanti frettolosi,
operatori dei servizi,
sono intenti
a farle il trucco
per il dì.
Cantan merli
e altri piccoli
uccelletti
tra le fronde,
rispondono fontane
roche o garrule
d’intorno.
I miei passi sul selciato
lenti, lenti,
mi accompagnano
verso il giorno
che mi attende.
Ticchetta sulle foglie,
sulla verdura,
che pare ignorata qui
nell’orto,
quasi volesse dire,
con premura,
che è giunta l’ora
del trasloco.
Una fitta nebbiolina
l’accompagna,
quasi volesse stendere,
pietosa,
un manto ad attutire
quel rumore,
che segna ormai l’inizio
di clausura.
T’han calpestata
gli uomini
fratelli,
un dì
ormai lontano;
disimparato.
Ma quando
dal tuo cielo,
lieta o triste,
ci osservi
dietro il velo
di una nube,
mi nasce
dentro
un sentimento,
che è di tenero
rispetto
e turbamento.
S’è acquietato,
dopo un giorno
trambusto;
s’è disteso
allungando gli arti
che protende
qui
oltre la spiaggia.
Mi accarezza
con languida mano.
Mi solletica.
Pare invitarmi
a salpare
sulle onde,
quasi fossi
acquaplano.
Cadono i fiocchi dall’alto:
lucenti, ovattati.
Turbinano liberi in cielo,
poi,
lievi e silenti,
si adagiano piano.
Ricopron la terra che è arida;
assetata.
Somigliano a tanti pensieri;
ognuno ha un suo tocco,
un’impronta diversa
dall’altro
….
Mi abbracciano,
mi fasciano come carezza
furtiva;
e mi parlano,
con voce
suadente,
di Amore;
di Dio.