Diario minimo
Il mio blog: interventi sull’attualità, sul sociale, sulla politica e sulla vita di tutti i giorni.
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Mio malgrado in questi giorni sono al centro dell’attenzione per una vicenda che riguarda la mia presenza come volontario in carcere. Dopo la pubblicazione di un mio post su Facebook nella giornata di ieri che dava conto di quanto accaduto, ho ricevuto molti attestati di solidarietà, con varie prese di posizione. Riporto di seguito il post di ieri 30 gennaio e quello odierno del 31. Auspico una rinnovato interesse per quel pianeta ai più sconosciuto o dai più ignorato, che è il carcere in generale, perché possa essere sempre più sentito come parte del territorio e della comunità.
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Al di qua dell’immaginario sicuro confine, quello che perpetua in noi che vi risediamo, l’illusoria convinzione che la guerra sia cosa che necessariamente riguarda e riguarderà altri e non noi, sfuggono a molte, troppe persone le avvisaglie che dicono altro.
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Per quanto sia conosciuto e in via teorica condiviso, se non da tutti, da molti, questo è uno di quei comandamenti meno osservati nel mondo.
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Ci stiamo avviando a grandi passi verso la conclusione di questo 2023 e il carico di dolore del mondo appare sempre tanto grande da indurre a sentimenti, se non di disperazione, certo di lacerante impotenza.
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La narrazione quotidiana su come va il mondo è una incessante litania di cattiverie, violenze, brutture, tanto che non è così infrequente leggere negli occhi di tante persone sfiducia e smarrimento.
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Non c’è che l’imbarazzo della scelta tra le notizie di segno negativo, se non tragiche altre volte, in questi nostri giorni autunnali.
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C’è un gran parlare in questi giorni attorno ai feroci attacchi da parte di Hamas in Israele e alla ritorsione in atto da parte di quest’ultimo su Gaza.
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Non è vero che non abbiamo bisogno degli immigrati, se è vero che servono perfino ai sovranisti di casa nostra. Servono, infatti, per mantenere alta la tensione e avere qualcuno sui cui scaricare colpe vere o presunte e per rinfocolare pregiudizi di ogni sorta.
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Che il carcere non sia rieducativo lo testimoniano le statistiche, prima ancora che le analisi socio-pedagogiche. È scritto nero su bianco, infatti, che si aggira intorno al 70%, in Italia, la recidiva.
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- Mi chiamo Aleksander… o forse sarebbe meglio dire che mi chiamavo Aleksander? Ancora non lo so. Sono qui immobile, sospeso in aria. Così mi pare. Che stia sognando? E quello che mi sta di fronte chi è? Tu, chi sei?
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