Diario minimo
Il mio blog: interventi sull’attualità, sul sociale, sulla politica e sulla vita di tutti i giorni.
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La storia si ripete, qualche volta; quindi pare non insegni niente a nessuno. Nel primo libro di Samuele, nella Bibbia, c’è narrato di quando gli israeliti chiesero fosse dato anche a loro un re e di come, nonostante il vecchio Samuele li avesse messi in guardia, avvertendoli che per loro avrebbe significato passare da una condizione di popolo libero a una di popolo sottomesso alle voglie e alla cupidigia del sovrano, insistettero nella loro richiesta, avendo partita vinta, alla fine. Mutatis mutandis, è quanto sta accadendo nel nostro Paese.
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Quando si vuole commemorare qualche persona che è morta, si rischia sempre di cedere al panegirico di circostanza, specie se la persona in questione era conosciuta come don Andrea Gallo. Tuttavia non ci si può sottrarre dal farne memoria e ricordare le qualità che ce l’hanno resa cara. Molti diranno meglio di quanto non sia in grado di dire io a suo riguardo, che pure l’ho conosciuto; ho avuto modo di ascoltarlo più volte e in qualche circostanza stare in sua compagnia.
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A quanto pare, la diceria che vorrebbe che i patrizi romani vomitassero durante i loro celebri e lussuosi banchetti, per poi ricominciare ad abbuffarsi, sarebbe niente più che una leggenda metropolitana; una bufala, come si dice, che trarrebbe origine dal termine “vomitorium”, ingresso laterale, per permettere alle persone di raggiungere i loro posti in anfiteatro, e soprattutto garantire un rapido deflusso al termine degli spettacoli.
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Le reazioni da parte dei pasdaran del Cavaliere alla notizia della conferma, in appello, della sentenza del Tribunale di Milano nel processo Mediaset, non meriterebbero alcun commento, trattandosi per gran parte di un copione ormai noto. Ormai appare abbastanza scontato che i supporter di Berlusconi, e lui stesso, abbiano della giustizia un concetto piuttosto fantasioso.
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È per stato di necessità, ci dicono, a destra e a manca, che dobbiamo fare un governo di larghe intese. Che il nostro Paese si trovi in uno stato di necessità quasi comatoso, è fuori discussione. Può essere perfino vero che non esista altra soluzione che quella che si prospetta in queste ore, per tentare di risolvere alcuni pochi nodi di questa ingarbugliata vicenda, ma se così fosse, i politici che stanno tentando di tessere la tela di un governassimo, dovrebbero quanto meno avere l’umiltà di dire apertamente che hanno sbagliato su tutti i fronti.
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Ho seguito con crescente tristezza e anche rabbia, talvolta, quanto accaduto in questi giorni di elezione del Presidente della Repubblica. Probabilmente la soluzione trovata alla fine era l’unica praticabile, considerata la situazione di stallo che si era venuta a creare, ma, con tutto il rispetto per Giorgio Napolitano, io non riesco ad aggiungere il mio plauso a quello dei “grandi” elettori.
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Fino a quando potrà reggere la coesione sociale nel nostro Paese? È una domanda che dovrebbe inquietare molti, specialmente quanti hanno responsabilità politiche e di decisione. Non si tratta, si badi bene, di improvvisare delle risposte purché siano, ma di riscoprire la responsabilità personale di ciascuno, sapendola coniugare con quella collettiva, per trovare delle vie di uscita alla presente crisi, sapendo costruire il bene comune.
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Ricordo un episodio per me abbastanza illuminante di un certo modo di intendere la politica, il confronto, la trattativa e pure il cambiamento. Eravamo negli anni Settanta e facevo parte del Consiglio di Fabbrica nel quale erano rappresentati delegati di diverso orientamento politico, tra i quali parecchi legati a movimenti della sinistra così detta extraparlamentare.
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È stata un sorpresa; grande, come per molti altri, l’elezione a Vescovo di Roma, come lui stesso l’ha definita, di Bergoglio. Confesso che stavo seguendo un po’ distrattamente la cronaca in diretta TV, dell’esito della fumata bianca. Pur non disperando nella possibilità di un esito nel segno del cambiamento, la brevità del conclave e il fatto che tra i così detti “papabili”, i più gettonati indicassero un risultato diverso, non mi sollecitava grande curiosità, immaginando una conclusione scontata.
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Si narra che un professore, al chierico giunto agli esami finali di teologia, abbia rivolto quest’ultima domanda: «Chi è il capo della Chiesa? Se rispondi correttamente ti promuovo, diversamente dovrai ripetere l’esame» Il chierico, tutto infervorato e certo di conoscere la risposta, rispose, senza esitazione: «Il Papa!». «Bocciato!» ribatté severo il professore. «Torna un’altra volta».
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