Diario minimo
Il mio blog: interventi sull’attualità, sul sociale, sulla politica e sulla vita di tutti i giorni.
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Si rimpallano le responsabilità, lanciano il sasso (ordigni di morte) e poi nascondo la mano, fanno la voce grossa e ciascuno dei contendenti in campo sostiene, finanzia e arma la fazione, il gruppo che, per loro conto, fa il lavoro sporco.
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Troppo facile, ingenuo, infantile,
pensarti vincitore che buca un sepolcro sigillato,
tramortendo le guardie.
Tutti gli eroi alla fine trionfano sui loro avversari
per appagare i nostri bisogni di rivalsa.
No, tu, nella morte fatta dono e per-dono
hai introdotto «una profezia straniera»,
separando il male dai suoi esecutori
insegnandoci a vedere nel nemico il fratello.
È in quello spazio senza tempo del «tutto è compiuto»
che hai incontrato la Vita che non muore.
Noi ancora ci attardiamo a cercarti in firme di morte:
la tomba, il lenzuolo ripiegato, il sudario,
e non udiamo la tua voce, la sola che ci narra di te che sei VIVO;
che ci invita a tornare in Galilea, calcando le tue orme,
dove tutto è iniziato.
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Quello che ci restituisce quest’ultima tornata elettorale, a mio parere, è un Paese smarrito, nel senso di perduto, che non sa bene cos’è e cosa voglia. Penso che nonostante tutto, osservandolo in profondità, il nostro Paese sia migliore di quanto appaia in superficie e di come venga narrato.
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Certo, in mancanza di meglio è buona anche quella, quando parliamo di cibo e anzi, talvolta, un buon minestrone riscaldato è molto più saporito che non appena sfornato. Ma appunto parliamo di culinaria. Quando invece, come accade di questi tempi, l’immagine ci serve per definire quanto offerto dalla politica, beh, un certo moto di disgusto è inevitabile.
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Lo dico sommessamente, ciò che mi incute paura, ciò che mi preoccupa, non sono le esplosioni di violenza criminale fascista come quella accaduta a Macerta; odiosa, terribile, sicuramente condannabile dalla maggior parte delle persone, per l’efferatezza agita.
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Te ne sei andata, amica e sorella carissima, senza che potessimo scambiarci un ultimo saluto, ma sono certo che in qualche modo misterioso, magari con il registro del silenzio che era uno dei nostri modi di stare in relazione
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Un tempo nelle feste di paese svettava in piazza l’albero della cuccagna; palo liscio e reso scivoloso con sapone o grasso, in cima al quale stavano dei premi, specialmente cibarie.
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Forse è proprio questo che ci manca, talvolta: la capacità di stupirci. Maciniamo i nostri giorni senza nessun moto dello spirito capace di trarci fuori dalla ordinarietà, quasi che tutto fosse già deciso, definito e non esistesse l’imprevisto, l’imprevedibile in grado di accendere di luce nuova l’esistenza.
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Oggi è quella che si usa definire una giornata uggiosa: una via di mezzo tra autunno e inverno. Una cappa di nubi copre il cielo, scende un nevischio incerto e la vista del paesaggio circostante è molto limitata. Pare somigliare a quanto si respira nel nostro Paese, in piena campagna elettorale nonostante non si sappia ancora bene quando saremo chiamati alle urne.
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Sarebbe bello un mondo da mulino bianco, o forse no. Rimane il fatto che la vita, quella vera, concreta è molto diversa da quella immaginata o anche solo fantasticata da molti di noi,
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