È lecito, anzi doveroso, io credo, chiedersi a chi giovano le violenze che hanno accompagnato le manifestazioni di questi giorni.
Certamente non giovano a quanti sono scesi in piazza a manifestare, i tanti giovani e studenti mossi dal desiderio di far sentire la loro voce in ordine a problematiche che dovrebbero interessare in primo luogo la politica e chi governa. Se è vero che la violenza non trova giustificazione alcuna e va sempre condannata, è altrettanto vero che non si può prendere a pretesto la violenza agita da gruppi minoritari di chi era sceso in piazza per sentirsi legittimati a dissacrare, irridere e screditare i manifestanti e le ragioni che erano e sono alla base del loro manifestare. I giovani vanno ascoltati nelle loro richieste, ma non in modo paternalistico come usano fare i politici per tentare di ingraziarseli per il tempo sufficiente a proporsi come genitore severo ma tutto sommato buono. No, i giovani non sono bamboccioni verso i quali mostrare una finta comprensione e tolleranza, trattandoli dall'alto in basso come perenni immaturi. Le ragioni che stanno alla base delle proteste di questi giorni raccontano di una realtà che solo gli occhi non annebbiati dagli interessi meschini e interessati degli adulti, di certi adulti, riescono a vedere che il "re è nudo"; che questo modello di sviluppo, questa politica, questa economia, questa finanza, gli investimenti in armamenti, le leggi repressive, i rigurgiti fascisti, le idee razziste diffuse a profusione non possono offrire un futuro desiderabile, mentre negano un presente vivibile. Non sono poche le persone, magari contestatori di passate stagioni, che fingono di voler ascoltare il grido dei giovani al solo fine di smontare le loro ragioni, cercando eventuali debolezze e contraddizioni per rimarcare poi ciò di cui sono certi: di avere loro ragione. Tra costoro e i giovani scesi in piazza c'è una distanza emotiva enorme ed è quella distanza che impedisce loro un ascolto attivo, la capacità di sospendere il giudizio così da comprendere a fondo il punto di vista di chi manifesta. Questi e anche chi ci governa in questo momento, mentre da una parte affermano di voler salvaguardare il diritto a manifestare, dall'altra enfatizzano più che possono gli episodi condannabili accaduti durante le manifestazioni o a latere delle stesse e si accingono per l'ennesima volta a rispondere con l'unica medicina che conoscono: la repressione. Repressione che non si abbatterà solo su chi si rende responsabile di fatti di violenza, ma su chiunque manifesti dissenso in modo organizzato scendendo in piazza e allora torna la domanda: cui prodest?
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