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Ultima modifica Sabato 15 Febbraio 2014 08:22
06 feb 2014
ANCHE NOI PRIGIONIERI
Scritto da Piergiorgio |
Letto 1947 volte | Pubblicato in Il mio blog
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Credo sia questo il sentire dei più, e allora non c’è neanche da stupirsi più di tanto se in questi giorni, nei quali si sta discutendo del così detto “decreto svuota carceri”, hanno facile gioco quanti sull’argomento parlano e intendono parlare alla pancia del Paese, prospettando esiti tragici in fatto di sicurezza di noi cittadini.

Costoro, facendo leva su argomenti di facile impatto emotivo, amano dividere in modo netto tra reprobi e colpevoli da una parte e presunti onesti e integerrimi dall’altra. Ragionamento fin troppo banale e semplicistico; del tutto indimostrabile, oltre che smentito dalla realtà, a condizione che si voglia guardare con occhio disincantato e minimamente lucido, scevro da precomprensioni di carattere ideologico. Ma ciò che fa più male è constatare che i “difensori” di una presunta diversità che li porta a iscriversi tra i “giusti” e gli “onesti”, sono i medesimi che quando sono presi con le mani nella marmellata, tuonano al complotto e inveiscono contro la magistratura ritenuta allora, e solo allora, di parte; pregiudizialmente schierata contro di loro. È il tipico atteggiamento farisaico. Coloro che a prescindere da qualunque discussione nel merito dei provvedimenti proposti dal governo sull’argomento, sostengono a spada tratta il loro dissenso, facendolo discendere da una contrarietà di principio a qualunque misura di umanizzazione della pena, con ogni probabilità sono mossi da un’idea che li porta a ritenersi superiori a tutti gli altri. Prevale in loro un’idea di perfezione (astratta) che impedisce non solo di lasciarsi incontrare dall’altro nella sua imperfezione, nei suoi limiti e anche nei suoi sbagli, ma perfino di accogliere se stessi nei loro limiti. C’è al fondo di un certo modo di pensarsi, la pretesa di essere come Dio, che si costruisce sulla rivalità e la competitività fine a se stesse nella ricerca di essere “qualcuno”; il “migliore”. In genere costoro con il deviante non hanno e non cercano alcun contatto; nessuna relazione. Se lo facessero sarebbero costretti a rivedere tanti loro schemi mentali, perché l’incontro con l’altro, con qualunque altro, se e quando avviene su un piano di parità, ha il potere di svelare il nostro vero volto togliendoci dal piedistallo sul quale amiamo insediarci che ci offre la possibilità di misurare lo scarto tra noi e quanti abbiamo collocato più in basso. «Si diventa se stessi» scrive don Battista Borsato, in L’etica della imperfezione, «quando ci si accoglie nella propria realtà segnata dai limiti, dalla imperfezioni, dagli sbagli. Onorare il proprio limite è perdere il senso di onnipotenza e la volontà di potenza: è diventare semplicemente umani. Questo consente vere e profonde relazioni che risvegliano i propri doni e le proprie possibilità». Sono del parere che se fossero molti i cittadini disposti a incontrare quanti si trovano in carcere; a relazionarsi con loro, capire le ragioni che li hanno portati a commettere reati, a infrangere la legge, e riconoscere che nonostante tutto rimangono persone alle quali non è consentito scippare la dignità facendo pagare loro pene non previste dal nostro codice penale, riassumibili nelle condizioni inumane nelle quali troppo spesso sono costretti a vivere, potrebbe maturare una visione diversa del senso e della esigenza della pena. Fino a quando il carcere rimarrà un pianeta lontano dalla nostra vita, dalle nostre coscienze, difficilmente qualunque provvedimento, per quanto alta sia la sua ratio, da solo, potrà modificare in modo significativo la vita dentro e fuori del carcere, di quanti subiscono sanzioni. Fino a quando, chi sbaglia, sarà reputato uno scarto da confinare in un mondo altro, da noi lontano, e lì relegarlo nella dimenticanza, sperando che questo serva a redimerlo, farne una persona diversa, migliore, continueremo, «come i farisei, a restare dei veri burocrati della sofferenza umana; esperti di un Dio che pratica il giudizio e la condanna». Ma il Dio di Gesù Cristo è un Dio che si è rivelato e si rivela nella misericordia, che non è altro che «la risposta all’indigenza dell’uomo». Ogni risposta vera a ogni tipo di indigenza, anche a quella colpevole, non può che esprimersi sul piano di una maggiore umanità, capace di intercettare nel profondo l’essere che abbiamo di fronte per fargli comprendere che «non c’è nessun errore esistenziale che non si possa recuperare; […] che più disastroso dell’errore stesso è il fatto di perdere chi erra». Questo è quanto dovremmo fare se non vogliamo anche noi continuare a rimanere prigionieri della nostra inumanità. (le frasi tra « » sono tratta dall’opera citata)

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